Scegliere la scuola superiore quando i figli sanno solo cosa non vogliono
Quando un ragazzo di terza media sa solo cosa non vuole, la scelta della scuola superiore non è bloccata dalla mancanza di informazioni ma dalla paura di sbagliare e di non essere all'altezza. Il genitore aiuta di più se smette di proporre indirizzi e lavora sulla paura: chiede cosa teme di ogni scuola, trasforma «non sono portato» in una cosa verificabile, porta il figlio a vedere le scuole dal vivo e gli lascia l'ultima parola dentro una rosa ragionevole. Una scelta fatta per paura si rinegozia al primo brutto voto; una scelta fatta per esclusione ma con gli occhi aperti regge. Se dopo un anno vuole cambiare, il cambio non è un fallimento: si fa per tempo, con le regole che la scuola prevede, e si decide con lui.
In terza media arriva il momento in cui bisogna scegliere la scuola superiore, e in molte famiglie la scena è la stessa: il ragazzo sa dire con precisione cosa non vuole e non riesce a dire cosa vuole. Una scuola no per una materia che spaventa, un’altra no per chi ci va, un’altra ancora no per quello che si dice del dopo. Il genitore propone, porta agli open day, stampa i piani di studio, e ogni proposta cade. Alla fine la scelta si fa per esclusione, all’ultimo giorno utile, e tutti restano con il dubbio di aver sbagliato.
Perché scelgono per esclusione
A 13 anni scegliere la scuola superiore significa scegliere chi si sarà tra cinque anni, e nessun tredicenne ha gli strumenti per farlo. Quello che ha sono le esperienze degli ultimi tre anni: le materie in cui è andato bene, quelle in cui ha sofferto, i professori con cui ha litigato, le frasi sentite in casa e a scuola. Da lì tira le sue conclusioni, e le conclusioni sono quasi sempre negative: so cosa mi ha fatto stare male, quindi so cosa evitare.
Dietro il «non sono portato» c’è di solito una paura precisa: non farcela, deludere, trovarsi in una classe dove tutti sanno fare qualcosa che lui non sa fare. La scelta per esclusione è un modo per ridurre questa paura. Non si sceglie la scuola migliore, si sceglie quella in cui il rischio di fallire sembra più basso. E quando il genitore insiste con gli indirizzi e le prospettive, il ragazzo sente che la paura non è stata capita e si chiude di più.
Cosa non funziona
Proporre indirizzi. Più il genitore propone, più il figlio scarta, perché ogni proposta è una cosa in più su cui potrebbe fallire. Dopo tre o quattro open day il ragazzo non ha più informazioni, ha più ansia.
Dire «sei bravo, ce la fai». Il ragazzo non ci crede, e sente che il genitore non ha capito di cosa ha paura. La rassicurazione generica chiude il discorso invece di aprirlo.
Decidere al posto suo per togliergli il peso. Sembra un sollievo, e per qualche settimana lo è. Poi arriva il primo brutto voto e la scuola diventa «quella che hai scelto tu». Un ragazzo che non ha scelto non ha niente a cui aggrapparsi quando si fa dura.
Cosa fare, in ordine
Partire dalla paura e non dalle scuole. «Di ogni scuola che scarti, cosa temi di preciso?» Le risposte dicono molto di più dei piani di studio. Se la paura è una materia, si va a vedere quale parte di quella materia: quali voti, in quali anni, su cosa. Quasi sempre il problema è un pezzo della materia, o un insegnante, non la materia intera. Renderla verificabile la riduce.
Cercare il momento in cui ce l’ha fatta. Ogni ragazzo ha superato almeno una cosa che temeva: un esame, una gara, un cambio di classe, un’estate lontano da casa. Si chiede come aveva fatto. Un ragazzo che ricorda di aver superato una paura sceglie meglio di uno a cui si ripete che è capace.
Restringere la rosa, poi lasciare l’ultima parola. Il genitore conosce i vincoli: distanza, costi, organizzazione della famiglia. Dentro quei vincoli sceglie due o tre scuole sostenibili e le fa vedere dal vivo, non solo all’open day ma possibilmente in un giorno normale, parlando con un ragazzo che già ci va. Poi la decisione è del figlio. Una scelta parziale ma sua lo tiene dentro quando le cose si complicano.
Dire a voce che si può cambiare. Sapere che la scelta non è una condanna abbassa la paura e, paradossalmente, rende la scelta più seria. «Scegli adesso con quello che sai; se tra un anno vediamo che non va, si cambia» non è una scappatoia: è la verità, e il ragazzo la sente.
Se dopo un anno vuole cambiare
Capita spesso, e non è un fallimento. Un anno di scuola superiore dice al ragazzo cose che a 13 anni non poteva sapere. La domanda da fare non è «vuoi cambiare?» ma «cosa non ha funzionato?». Se non ha funzionato l’indirizzo, cambiare per tempo è la scelta giusta e va fatta senza drammi. Se non hanno funzionato la classe, un insegnante o il ritmo dello studio, cambiare scuola porta il problema nella scuola nuova.
Le regole per i passaggi tra scuole e indirizzi dipendono dall’anno di corso, e cambiano nel tempo. La prima mossa pratica è chiedere alla segreteria della scuola di arrivo cosa serve, se ci sono esami integrativi e entro quando va fatta la domanda. Con una data e un elenco di cose da fare il cambio smette di essere una reazione e diventa un progetto, e il ragazzo può farne una parte.
Quando la scelta blocca tutto
Se l’indecisione si trasforma in un rifiuto di parlarne, se il ragazzo si chiude ogni volta che si nomina la scuola o se la paura di non farcela si allarga anche alle cose in cui andava bene, la scelta della scuola non è più il problema ma il punto in cui esce qualcos’altro. In quei casi uno o due incontri con uno psicologo, anche online e anche solo con i genitori all’inizio, servono a capire di cosa ha paura e a non arrivare all’iscrizione con una decisione presa per sfinimento.
Per approfondire
- Figli che non vogliono più andare a scuola: cosa c’è dietro e cosa fare.
- Ansia da prestazione nei figli che vanno bene a scuola.
- Figli esclusi dal gruppo classe: cosa fare e cosa non fare.
Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica personalizzata.