Figli che non vogliono più andare a scuola: cosa c'è dietro e cosa fare
Il rifiuto della scuola non è pigrizia e raramente riguarda lo studio: è un modo per evitare qualcosa che a scuola fa stare male, e la mattina il corpo decide prima della volontà. Il genitore guarda due dati concreti, quanti giorni perde e cosa fa nelle ore a casa, e prende tre decisioni: il patto si fa la sera e non alle sette del mattino, la giornata a casa non deve essere più comoda della scuola, e la causa si cerca con il ragazzo e con la scuola senza interrogatori. Se le assenze diventano settimane o il ragazzo si chiude in camera, serve aiuto fuori dalla famiglia, anche se lui lo rifiuta: si inizia dai genitori.
Succede quasi sempre allo stesso modo. Prima qualche mattina con il mal di pancia, poi un giorno a settimana, poi la scena si ripete: il ragazzo promette che andrà, poi al momento di uscire non ce la fa, e ogni tentativo finisce in urla o in pianto. Il genitore si ritrova diviso tra la rabbia, perché sembra che lo prenda in giro, e la paura, perché un figlio che non va a scuola a 12 o a 15 anni fa pensare al peggio. E nel frattempo le assenze si accumulano.
Non è pigrizia
Il rifiuto della scuola è raramente una questione di studio e quasi mai una questione di volontà. È un modo per evitare qualcosa che a scuola fa stare male: un gruppo in cui non si entra, un insegnante con cui è andata storta, l’idea di essere interrogati e di fare brutta figura, un cambiamento in casa che a scuola non si riesce a tenere fuori. Il ragazzo spesso non sa dirlo, e quando gli si chiede «perché?» risponde «non mi va», che è la risposta che chiude il discorso.
La sera dire di sì è sincero. La scuola è lontana e il ragazzo vuole davvero andarci, anche per non deludere. La mattina la scuola è a un’ora di distanza e il corpo risponde prima della volontà: lo stomaco si chiude, la stanchezza diventa insopportabile, arrivano le lacrime. Non è una bugia detta la sera né un capriccio della mattina. È quello che fa l’ansia quando il momento si avvicina.
I due dati da guardare subito
Quanti giorni perde. Una mattina ogni tanto e la maggior parte della settimana sono due situazioni diverse, e il genitore che vive la scena ogni giorno spesso non le distingue più. Si contano le assenze, con il registro elettronico, e si guarda se c’è uno schema: un giorno della settimana, una materia, il rientro dopo il fine settimana.
Cosa fa nelle ore a casa. Se un ragazzo che è rimasto a casa per il mal di pancia passa la giornata al telefono, con gli amici in chat o davanti ai videogiochi, la giornata a casa è diventata più comoda della scuola. Non è la causa del rifiuto, ma è il motivo per cui il rifiuto si ripete.
Tre decisioni da prendere in casa
Il patto si fa la sera, nei dettagli. A che ora suona la sveglia, chi lo sveglia, cosa succede se non si alza. Si decide tutto quando la scuola è lontana e si è calmi, e alla mattina non si tratta: si applica quello che si è deciso, senza discussione. Trattare alle sette del mattino, con un ragazzo in lacrime, è il modo migliore per perdere tutti e due.
La giornata a casa non deve essere più comoda della scuola. Se resta a casa, resta a casa come un giorno di malattia: a letto o sui libri, senza telefono libero e senza videogiochi, senza uscite nel pomeriggio. Non è una punizione, è coerenza: chi sta troppo male per andare a scuola sta troppo male anche per il resto. Molti ragazzi, dopo due o tre giornate così, la mattina dopo trovano la forza di andare.
La causa si cerca con i fatti, non con gli interrogatori. «Cosa c’è?» non funziona. Funziona guardare i fatti insieme: quali giorni salta, cosa è cambiato nel periodo in cui ha iniziato, come vanno le cose con i compagni, se c’è un insegnante o una materia che torna. Poi si chiede alla scuola la stessa cosa, con il coordinatore di classe, portando i fatti e non le accuse. Spesso la scuola ha visto qualcosa che a casa non si vede.
Quando si chiude in camera
A volte il rifiuto della scuola si allarga: il ragazzo smette di uscire, passa le giornate in camera con il telefono o la console, vede gli amici solo online, dorme di giorno e sta sveglio di notte. In questi casi non si tratta più di una mattina difficile ma di un ritiro, e il tempo gioca contro. Ogni settimana in più in camera rende il ritorno più difficile, perché tornare significa rispondere a «dove sei stato» davanti a tutti.
Qui le tre decisioni di cui sopra non bastano, e la lite quotidiana per farlo alzare peggiora le cose. Serve una strategia costruita con qualcuno fuori dalla famiglia, e serve la scuola come alleata, perché un rientro graduale si organizza insieme a chi lo accoglie.
Se rifiuta anche l’aiuto
«Non ho niente, non ci vado» è la frase più comune, ed è normale: un adolescente che accetta di parlare con uno psicologo sta ammettendo che qualcosa non va, e a quell’età è già tanto ammetterlo con sé stesso. Obbligarlo non serve, e insistere lo allontana.
Si inizia dai genitori. Uno o due incontri, anche online, servono a capire cosa sta succedendo, a mettere in fila i fatti e a decidere cosa cambiare in casa. Spesso il ragazzo arriva dopo, quando vede che non è lui il problema da aggiustare ma che qualcuno sta aiutando tutta la famiglia. E in ogni caso, se in casa cambia qualcosa, cambia qualcosa anche per lui, che venga o no.
Quando preoccuparsi davvero
Quando le assenze passano dai giorni alle settimane. Quando il ragazzo smette di vedere gli amici anche fuori da scuola. Quando il sonno si rovescia. Quando dice frasi sul non valere niente, sul non avere futuro, sul non avere voglia di nulla. In questi casi il rifiuto della scuola è un pezzo di qualcosa di più grande, e aspettare che passi da solo di solito lo peggiora. Non serve una diagnosi per chiedere aiuto: serve un genitore che smette di combattere da solo ogni mattina.
Per approfondire
- Figli esclusi dal gruppo classe: cosa fare e cosa non fare.
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Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica personalizzata.