Analisi · Psicologia e cybercrime

Nella mente dell'hacker: il vero pericolo non è tecnologico, è psicologico

Quando immaginiamo un hacker vediamo sempre la stessa scena: un ragazzo solo, felpa e cappuccio, chino su una tastiera nel buio. È un'immagine comoda, perché lo tiene lontano da noi — un genio strano, un'eccezione. Dopo anni passati a frequentare quel mondo da vicino, mi sono convinto del contrario: il vero pericolo non sta nei loro strumenti, ma nel modo in cui funziona la loro testa. E quella testa ha un profilo che si può leggere.

Non esiste «l'hacker»: ne esistono due

È la prima cosa da dire, perché quasi nessuno la dice. Esistono due specie opposte. C'è quello etico, mosso da curiosità e sfida, che viola i sistemi per renderli più sicuri: è una risorsa, non una minaccia. E c'è l'altro — capace e malevolo — di cui voglio parlare. Confonderli è l'errore di partenza.

Il tratto centrale: il disimpegno morale

Chi colpisce sul serio, e ci sa fare, mostra spesso tratti che uno psicologo riconosce: freddezza relazionale, poche inibizioni nel danneggiare, un rapporto tutto suo con le regole. Ma il tratto centrale ha un nome preciso in psicologia: il disimpegno morale. Non è che manchi una coscienza — è che viene messa in pausa. Lo schermo fa un lavoro silenzioso e sporco: cancella il volto della vittima. Dall'altra parte del codice non c'è più una persona, un ospedale bloccato, una famiglia ricattata: c'è "un sistema", una sfida da vincere. Il danno non viene negato. Semplicemente non viene visto. È lo stesso meccanismo per cui è facile essere crudeli online e difficile guardando qualcuno negli occhi — portato però al livello del crimine.

Quando la criminalità organizzata recluta la mente giusta

E qui arriva la parte che dovrebbe preoccuparci come Paese. Questo profilo, un tempo isolato, oggi viene reclutato. La criminalità organizzata ha capito prima di molti che i suoi affari sono digitali: forma e assume hacker, offre denaro, mette a disposizione strumenti e infrastrutture a volte superiori a quelle di aziende private e perfino di enti pubblici. Il ragazzo brillante e senza freni non è più un lupo solitario: è una risorsa contesa. È il momento in cui un problema psicologico diventa un problema di sicurezza nazionale.

Perché un identikit serve davvero

A cosa serve, allora, un identikit psicologico dell'hacker? Alla stessa cosa per cui si profilano altri autori di reato: capire per prevenire. Serve a intercettare prima il bivio — perché il talento tecnico, in adolescenza, può prendere la strada bianca o quella nera, e spesso a decidere non è la bravura, ma tutto il resto: i legami, il senso, il bisogno di riconoscimento. Serve a chi difende, per conoscere l'avversario. E serve a chi fa educazione e politica, per smettere di trattare il cybercrime come un fatto solo tecnico.

Non è un'etichetta da appiccicare a una categoria: gli hacker etici sono tra i nostri migliori alleati. È il tentativo di mettere a fuoco un profilo specifico — quello di chi fa male e sa farlo — con gli strumenti della psicologia e l'esperienza di chi quel mondo l'ha visto da dentro. Perché contro una minaccia che ha una mente, la prima difesa è capirla.

— Dott. Roberto Cao Pinna, psicologo. Mi occupo del rapporto tra psicologia e mondo digitale. Sono intervenuto su questi temi anche in televisione, a «Lezioni di Mafia» (La7) con Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, in onda dal 17 settembre 2025.

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