Ansia da prestazione nei figli che vanno bene a scuola: cosa fare la sera della crisi
L'ansia da prestazione colpisce spesso i ragazzi che vanno bene, perché ogni risultato buono alza l'asticella e il prossimo risultato deve confermarla. La crisi della sera prima (pianto, respiro corto, impossibilità di smettere di ripassare) non si risolve con «calmati» né con «tanto vai bene»: si risolve con un adulto accanto che chiude i libri a un'ora fissa, respira lentamente insieme senza parlare e sposta l'attenzione dal risultato di domani al corpo di adesso. Nelle settimane dopo si lavora sul tempo vuoto, che per questi ragazzi è il momento peggiore, e sul fatto che un risultato meno buono non cambia niente di quello che contano in casa. Se le crisi tornano ogni settimana o compaiono anche fuori dalla scuola, serve un aiuto fuori dalla famiglia, prima per i genitori e poi, se vuole, per il ragazzo.
Un ragazzo che va bene a scuola, che ha i suoi impegni, che non ha mai dato un problema. E poi, una sera, prima di un’interrogazione, il pianto che non si ferma, il respiro corto, i libri riaperti a notte fonda per ripassare una cosa che sa già. La mattina dopo l’interrogazione va bene, come sempre. E la settimana dopo si ricomincia. I genitori si chiedono di cosa abbia paura, visto che gli va tutto bene. La risposta è nella domanda: ha paura proprio perché gli va tutto bene.
L’asticella che si alza da sola
Per un ragazzo che ottiene buoni risultati, ogni risultato buono non chiude un capitolo: ne apre un altro. Il prossimo deve confermare il precedente, e il margine per scendere è piccolo. Non teme di andare male. Teme di andare meno bene dell’ultima volta, perché ha imparato, senza che nessuno glielo abbia detto, che quello che vale è il risultato. L’asticella se l’è messa lui, e non la vede più come una scelta: la vede come il modo in cui le cose sono.
Spesso questi ragazzi riempiono le giornate. Scuola, sport, impegni, tutto in ordine. Non perché qualcuno li spinga, ma perché il tempo vuoto è il momento in cui l’ansia si fa sentire, e un ragazzo sempre impegnato non la incontra mai. Fino alla sera prima.
Cosa fare la sera della crisi
Il meno possibile a parole. «Calmati» è un ordine che il corpo non può eseguire, e lo fa sentire ancora più sbagliato. «Tanto vai bene» conferma che il punto è andare bene, cioè esattamente quello di cui ha paura. «Ma perché ti agiti, lo sai!» lo lascia solo con una cosa che non controlla.
Chiudere i libri a un’ora decisa prima. L’ora si fissa in un momento tranquillo, non quella sera: dopo quell’ora non si studia, qualunque sia lo stato della preparazione. Ripassare a notte fonda non aggiunge niente a quello che sa, e toglie il sonno. È il genitore che fa rispettare l’ora, con calma, come una regola di casa e non come un giudizio.
Stare accanto senza fare altro. Non sul telefono, non con la televisione accesa, non con un discorso. Un adulto seduto accanto che non ha fretta e non ha bisogno che il ragazzo si calmi è, da solo, la cosa che più calma.
Respirare lentamente insieme, senza dirlo. Non «respira», che è un altro ordine. Il genitore rallenta il proprio respiro, visibilmente, e il corpo del ragazzo dopo qualche minuto segue. Funziona per imitazione, non per convinzione, ed è il motivo per cui le parole non servono.
Spostare l’attenzione dal domani all’adesso. Una cosa fisica: un bicchiere d’acqua, una doccia, uscire due minuti sul balcone. Il domani non si può sistemare stasera, il corpo sì.
Cosa cambiare nelle settimane dopo
Il tempo vuoto. È il vero lavoro. Qualche ora senza programma, ogni settimana, in cui il ragazzo scopre che l’ansia arriva, resta un po’ e poi passa anche senza fare nulla. All’inizio sono le ore peggiori della settimana; dopo qualche volta diventano quelle che aspetta.
Il risultato meno buono che non cambia niente. Il ragazzo non crede che il voto non conti, perché ha visto per anni che contava: nelle domande a fine giornata, nella gioia per i voti alti, nei racconti ai nonni. Non è una colpa, è normale, ma adesso deve vedere il contrario: un risultato meno buono arriva e in casa non cambia niente. Stessa cena, stesse domande sulla giornata, nessun silenzio. Si dimostra, non si dichiara.
Le domande a fine giornata. «Com’è andata l’interrogazione?» come prima domanda dice al ragazzo cosa conta. «Com’è andata la giornata?» e poi, se vuole, parla lui dell’interrogazione, dice un’altra cosa.
Gli impegni. Alleggerire, ma con lui. Un’attività tolta senza il suo accordo e senza un piano per le ore libere lo lascia con più tempo vuoto e la stessa ansia. Si decide insieme cosa alleggerire e cosa fare, almeno all’inizio, delle ore che si liberano.
Quando chiedere aiuto
Quando le crisi tornano ogni settimana nonostante i cambiamenti in casa. Quando l’ansia compare anche fuori dalla scuola, nello sport o nelle decisioni di tutti i giorni. Quando cambiano il sonno o il cibo. Quando il ragazzo dice che non ce la fa più, anche se poi ce la fa. In questi casi l’ansia non è più un episodio ma un modo di stare al mondo che si sta fissando, e nei primi anni dell’adolescenza è il momento in cui si cambia con meno fatica. Si inizia dai genitori, anche online, perché sono loro che possono cambiare le cose che in casa alimentano l’ansia senza volerlo. Il ragazzo, se vuole, arriva dopo.
Per approfondire
- Scegliere la scuola superiore quando i figli sanno solo cosa non vogliono.
- Figli che non vogliono più andare a scuola: cosa c’è dietro e cosa fare.
- Immagine corporea e social: come gli schermi cambiano il modo in cui ci vediamo.
Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica personalizzata.