Adolescenti e genitorialità

Figli esclusi dal gruppo classe: cosa fare e cosa non fare tra gli 11 e i 15 anni

L'esclusione dal gruppo classe tra gli 11 e i 15 anni è frequente e quasi mai dipende da un difetto del ragazzo: a quell'età i gruppi si formano per somiglianza e chi resta fuori paga la differenza, non un errore. Il genitore fa tre cose: ascolta senza correggere, chiedendo al figlio cosa vorrebbe che succedesse; va a scuola con fatti e date e una richiesta precisa, non con la rabbia; e costruisce fuori dalla classe un posto in cui il figlio sia scelto. Le cose da non fare sono scrivere nelle chat dei genitori, contattare le famiglie dei compagni e insegnare al figlio a farsi accettare. Se dopo un paio di mesi il ragazzo smette di uscire, di mangiare o di dormire come prima, una o due chiacchierate con un professionista servono prima di tutto al genitore.

Succede quasi sempre nello stesso modo. Per mesi il ragazzo non dice niente, poi una sera piange, o lo si scopre da una frase buttata lì: a mensa mangia da solo, nel gruppo della classe non lo cercano, all’intervallo sta con il telefono. I genitori reagiscono in due modi opposti, e sono entrambi comprensibili: la rabbia verso i compagni e le loro famiglie, oppure il silenzio, perché «sono cose che passano». Tra questi due estremi c’è il lavoro vero, e dura settimane.

Cosa succede tra gli 11 e i 15 anni

Tra la prima media e il secondo anno delle superiori il gruppo dei pari diventa il posto in cui si decide chi si è. I gruppi si chiudono intorno a chi si somiglia: stesso quartiere, stessi vestiti, stesse serie, stesso modo di parlare. Chi arriva dopo, chi è diverso in qualcosa o chi non ha ancora imparato a farsi spazio resta ai margini. Non c’è quasi mai una colpa, e non c’è quasi mai una decisione: nessuno ha deciso di escludere, ma a tutti conviene che qualcuno resti fuori, perché il confine del gruppo si vede meglio.

È per questo che cercare il difetto nel figlio, cosa che viene spontanea a ogni genitore, non serve. Gli conferma quello che sta già pensando da solo: che il problema è lui.

Prima cosa: ascoltare, e chiedere cosa vorrebbe

Un ragazzo che racconta di essere escluso ha appena fatto una cosa difficile. A quell’età i genitori sono l’ultima persona a cui si vorrebbe mostrare di non essere scelti. La prima risposta decide se lo racconterà ancora.

Due errori da evitare subito: minimizzare («sono ragazzi, passerà») e correggere («però anche tu dovresti…»). Il primo lo lascia solo, il secondo gli dice che la colpa è sua. Funziona molto di più una domanda: cosa vorresti che succedesse? Le risposte sono quasi sempre diverse da quelle che il genitore ha in testa. Molti ragazzi non vogliono che i genitori intervengano a scuola, vogliono solo che qualcuno lo sappia. Altri vogliono un posto fuori dalla classe in cui stare bene. Pochi vogliono il cambio di classe, e quasi nessuno vuole che si parli con le famiglie dei compagni.

Quello che chiede il figlio non è un ordine, ma è il punto da cui si parte.

Seconda cosa: la scuola, con fatti e senza rabbia

La scuola è l’unico posto in cui qualcuno può cambiare il modo in cui la classe sta insieme. Ma ci si va preparati, perché un genitore arrabbiato fa parlare di sé invece che del figlio.

Si porta un foglio con episodi e date, pochi e precisi. Si chiede una cosa sola e verificabile, al posto di «fate qualcosa»: come sono composti i gruppi di lavoro, chi sorveglia i momenti non strutturati come l’intervallo e la mensa, se esiste un’attività di classe sulle relazioni. Si chiede chi fa cosa, e si fissa una data per risentirsi, due o tre settimane dopo. Se l’esclusione comprende spinte, oggetti rotti o messaggi offensivi, si dice con le stesse parole: a quel punto non è più solo esclusione, e la scuola ha strumenti e doveri diversi.

Il cambio di classe o di scuola è l’ultima opzione. Funziona quando il problema sono due o tre persone precise. Non funziona quando il ragazzo si porta dietro la convinzione di non valere: nella classe nuova ricomincia da dove era rimasto.

Terza cosa: un posto fuori dalla classe

La classe non si sceglie. Molti ragazzi esclusi a scuola hanno retto bene perché avevano un altro posto, uno sport, un gruppo parrocchiale, un corso, dei cugini, in cui erano scelti. Non serve che sia grande: serve che sia loro, e che non sia il genitore a costruirlo al posto loro. A 12 anni un’amicizia organizzata dai genitori si sente, e si rifiuta. Funziona di più una proposta piccola: un’attività che il figlio ha nominato almeno una volta, o un compagno solo invitato a casa, invece del gruppo.

Cosa non fare

Non scrivere nelle chat dei genitori. La chat non ha strumenti per cambiare le cose e ha tutti quelli per peggiorarle: i genitori dei compagni si mettono sulla difensiva, i ragazzi lo vengono a sapere il giorno dopo e il figlio diventa «quello che l’ha detto a casa».

Non contattare le famiglie dei compagni, per lo stesso motivo. E non affrontare i compagni di persona: toglie al figlio l’unica cosa che gli resta, cioè la possibilità di cavarsela con le sue forze davanti ai coetanei.

Non insegnare al figlio a farsi accettare. I consigli su come vestirsi, cosa dire e come comportarsi, anche se giusti, arrivano come una conferma che il problema è lui.

Non parlarne a cena come di una notizia. Per lui è la sua classe, le persone che rivede domani mattina.

Quando la fatica resta

L’esclusione dal gruppo classe passa, per la maggior parte dei ragazzi, con il cambio di scuola, con un posto fuori o con il tempo. Ma a volte si trascina, e si vede dal resto: il ragazzo smette di uscire del tutto, cambia il sonno o il modo di mangiare, non vuole più andare a scuola, dice frasi su di sé che fanno male a sentirle. A quel punto il problema non è più il gruppo classe.

E a volte la fatica resta addosso ai genitori, che non dormono, controllano ogni rientro e si arrabbiano con un’intera classe di dodicenni. Una o due chiacchierate con un professionista, anche online e anche solo con i genitori, servono a rimettere la misura e a decidere i passi successivi con la testa fredda. Il primo contatto può essere una telefonata senza costo.

Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica personalizzata.

Domande frequenti

Perché proprio mio figlio resta fuori?

Quasi mai per un motivo che si possa correggere. Tra gli 11 e i 15 anni i gruppi si chiudono intorno a chi si somiglia, e chi arriva dopo, chi veste diverso, chi ha interessi diversi o chi non alza la voce resta ai margini senza aver fatto nulla. Cercare il difetto nel figlio è la prima cosa che viene in mente ed è la meno utile: gli conferma che il problema è lui.

Devo chiedere il cambio di classe?

È l'ultima opzione, non la prima. Funziona quando l'esclusione è legata a due o tre persone precise e la scuola non riesce a intervenire. Non funziona quando il ragazzo si porta dietro la convinzione di non valere: in quel caso nella classe nuova ricomincia da capo. Prima si chiedono alla scuola interventi dentro la classe, e si guarda l'effetto per un mese o due.

Posso scrivere nella chat dei genitori?

Meglio di no. La chat non ha strumenti per cambiare le cose e ha tutti quelli per peggiorarle: i genitori dei compagni si mettono sulla difensiva, i ragazzi vengono a saperlo e il figlio diventa «quello che l'ha detto alla madre». Ciò che si vuole ottenere si ottiene a scuola, di persona, con fatti e date.

Cosa chiedo alla scuola, in concreto?

Una cosa sola e verificabile, invece di «fate qualcosa». Per esempio: come sono composti i gruppi di lavoro, chi sorveglia i momenti non strutturati come l'intervallo e la mensa, se è possibile un'attività di classe sulle relazioni. Si porta un foglio con episodi e date, si chiede chi fa cosa e si fissa una data per risentirsi.

Quando devo preoccuparmi davvero?

Quando il ragazzo smette di uscire del tutto, cambia il sonno o il modo di mangiare, non vuole più andare a scuola o dice frasi su di sé che fanno male a sentirle. A quel punto il problema non è più il gruppo classe, e una o due chiacchierate con un professionista, anche online e anche solo con i genitori, servono a rimettere la misura.

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