Figli con una sola amicizia in prima media: quando è normale e cosa fare
Tra la fine delle elementari e la prima media la rete di amicizie si rifà da capo, e quasi sempre ricomincia da una persona sola. Un amico unico a 11 o 12 anni non è un problema se i ragazzi escono, stanno bene e, quando incontrano i compagni, si fermano volentieri. I segnali da guardare sono altri: smettono di uscire del tutto, l'amico sparisce e nessuno prende il suo posto, il «non ho voglia» si allarga alle cose che piacevano. Nel frattempo conviene conoscere quell'amico invitandolo a casa, e non organizzare le uscite con i compagni al posto dei figli.
Il passaggio alla prima media porta spesso la stessa scena: ragazzi che alle elementari stavano con tutti e che adesso escono con una persona sola, qualcuno che i genitori conoscono poco, e che rispondono «non ho voglia» quando i compagni li cercano. La preoccupazione dei genitori nasce quasi sempre da una frase sentita da qualche parte, sull’importanza di avere una rete di amicizie a quell’età. La frase è vera, ma per un’età un po’ più avanti. A 11 anni sta succedendo un’altra cosa, e conviene capirla prima di preoccuparsi.
Dal gruppo delle elementari a un amico solo
Alle elementari le amicizie le decide in gran parte la classe. Si sta con chi c’è, per cinque anni, e un bambino socievole finisce per essere un po’ amico di tutti senza aver scelto nessuno. Tra la fine della quinta e la prima media quel gruppo si scioglie: cambi di sezione, scuole diverse, litigi che non si ricuciono. Per la prima volta i ragazzi scelgono da soli con chi stare, e quasi sempre scelgono una persona.
Non è una rete che manca. È una rete che si sta rifacendo da capo, e ricomincia da uno. La rete larga, quella con più cerchie e più ruoli, arriva dopo, di solito con le superiori, quando le abilità per stare in gruppo sono già allenate.
L’amico che i genitori non capiscono
Spesso i genitori guardano l’amico unico e non lo capiscono: interessi diversi, uscite diverse, una famiglia che non conoscono. Quello che due ragazzi di quell’età condividono però da fuori non si vede. È il modo di stare insieme, il fatto di sentirsi tranquilli, di non dover fare la parte. Chi per cinque anni è stato amico di tutti può aver bisogno proprio di questo: un posto dove non deve piacere a nessuno.
Perché dicono «non ho voglia»
Quando i compagni li cercano per un’uscita e loro rispondono «non ho voglia», di solito non stanno mentendo e non stanno nascondendo un’esclusione. Stanno dicendo, con le parole che hanno, che il gruppo costa.
Stare in cinque richiede abilità diverse dallo stare in due: parlare davanti a tutti, prendere posizione, reggere le battute, trovare il proprio posto in una conversazione che corre. Sono abilità che si allenano prima nel rapporto a due, e a 11 anni molti ragazzi le stanno ancora costruendo. Il «non ho voglia» spesso significa «in gruppo mi costa, a due no».
I segnali che tranquillizzano e quelli da guardare
Il dato che tranquillizza è quasi sempre già nel racconto dei genitori: i compagni li cercano, nessuno li ha esclusi, e quando li incontrano per caso si fermano e stanno volentieri con loro. Finché quella porta resta aperta, il resto è questione di tempi loro.
I segnali da guardare sono altri. Smettono di uscire del tutto, anche con l’amico unico. L’amico sparisce, per un litigio o un cambio di scuola, e nessuno prende il suo posto. Il «non ho voglia» si allarga alle cose che prima piacevano, lo sport, le uscite in famiglia, le cose che facevano da soli. Quando il no diventa una regola che vale per tutto, non è più una scelta: è un ritiro, e va capito.
C’è un modo semplice per distinguere i due casi, ed è guardare com’è il no. Un no tranquillo, dopo il quale il pomeriggio passa bene, è una scelta. Un no che lascia un po’ giù, o che arriva dopo averci pensato, è un «vorrei ma mi costa». Nel primo caso si aspetta; nel secondo si può aiutare.
Cosa fare entro un mese
Due cose concrete, nessuna delle due passa dal convincerli.
La prima: conoscere quell’amico. Un invito a casa, una merenda, poco altro. Non per controllare, ma per smettere di conoscerlo solo di vista, che è di solito quello che pesa di più ai genitori. A 11 anni si può ancora fare senza che i ragazzi lo vivano come un’intrusione; a 15 molto meno. Il momento buono è adesso, finché le uscite sono le prime. Un saluto ai genitori dell’amico, quando capita, viene da sé.
La seconda: una proposta in piccolo. Non il gruppo, un compagno solo a casa. Se a due accettano e in gruppo rifiutano, è il gruppo che costa, non le persone, e si parte da lì, senza fretta. Se rifiutano anche a due, il no sta dicendo qualcos’altro e vale la pena chiedere, con curiosità e non con preoccupazione, cosa succede quando stanno con gli altri.
Una cosa invece la lascerei: organizzare le uscite con i compagni al posto loro. A quell’età un’amicizia costruita dai genitori si sente, e si rifiuta.
Il caso opposto: pochi amici alle elementari, tutti alle medie
Lo stesso passaggio si può fare nella direzione contraria. Ragazzi che alle elementari sceglievano con cura, alle medie aprono tutto insieme e diventano amici di chiunque. Qui il rischio non è avere tanti amici: è essere disponibili per tutti senza più scegliere, che di solito vuol dire farsi trascinare o restarci male più spesso.
Il filtro che avevano non è sparito, è solo spento. Una domanda lo riaccende, da fare una volta e senza commentare la risposta: «Di tutti questi, a chi racconteresti una cosa di cui ti vergogni?». Di solito escono uno o due nomi, e i ragazzi si accorgono da soli della differenza tra compagnia e amicizia.
Quando allargheranno la cerchia
Una data non c’è, e conviene dirselo. La spinta quasi mai parte da dentro: arriva da fuori. Un cambio di contesto, la scuola nuova a 14 anni, un’attività che comincia. Oppure il giorno in cui l’amico unico non basta più, perché cambia scuola, si fidanza, o litigano. In quel momento la cerchia si allarga da sola, e spesso in fretta. Il lavoro dei genitori, nel frattempo, è tenere la porta aperta e non spingere.
Grandi e piccoli nello stesso giorno
Molti genitori di ragazzi in prima media raccontano la stessa cosa: non sanno mai se a casa troveranno il figlio ragionevole o quello che esplode per niente. Sono la stessa persona, che sta provando a essere grande e ogni tanto non le riesce. Non si tratta di indovinare quale dei due si troverà, ma di non chiedere di scegliere.
Quando farsi aiutare
Se il ritiro si allarga a tutto, se l’amico unico sparisce e passano mesi senza che nessuno prenda il suo posto, o se i genitori si accorgono di vivere l’ansia dei figli al posto loro, può servire un confronto con un professionista. Un percorso di sostegno alla genitorialità, anche online e senza coinvolgere subito i ragazzi, serve a rimettere in fila cosa è un passaggio normale e cosa no, e a decidere su cosa intervenire. Il primo contatto può essere una telefonata senza costo.
Per approfondire
- Figli esclusi dal gruppo classe: cosa fare e cosa non fare, per il caso in cui non sono loro a dire di no, ma il gruppo.
- Figlio sempre al telefono: 4 frasi che peggiorano le cose, e cosa dire invece, perché anche sulle amicizie le frasi che chiudono sono le stesse.
Questo articolo ha finalità divulgative e non sostituisce una consulenza psicologica personalizzata.